Cos’è che cura?

Cos’è che cura?

di Alexander Lommatzsch

 

Quando sento la parola “cura” la prima associazione che mi si presenta è: “prendersi cura”, poi “prendersi cura di se stesso”, e ancora “prendersi cura di qualcun’altro”; solo in ultimo mi appare la parola “malattia”, ovvero uno stato fisico che necessita di una cura perché la persona è “fuori rotta”, “insana” o, appunto, malata di qualcosa. 

La parola cura è più che altro legata al mondo medico, e implica generalmente l’intervento di chi è in possesso di determinati requisiti tecnici o ha conoscenze di sostanze curative.

Io non sono un medico, sono uno psicologo/psicoterapeuta, come tale ho fatto una scelta e ho chiarito con me stesso che non posso curare, non sono in possesso di poteri curativi e di conseguenza mi occupo di prendermi cura di… Qual’è la mia argomentazione?

 

Curare o prendersi cura di… 

Vorrei differenziare qui tra la relazione fra due individui da un lato e la relazione tra un individuo e un oggetto dall’altro. La relazione tra un individuo e un oggetto è determinata dal valore che io attribuisco all’oggetto e che si esprime nella modalità del trattamento che ho riservato a tale oggetto. Così tratto con molta attenzione e con delicatezza un oggetto che mi è caro e tratto con meno attenzione e cura un oggetto di basso valore. 

Personalmente mi sento come una specie di mobile quando mi trovo in una situazione in cui ricevo un trattamento (fisioterapia) e sono piuttosto passivo nel subire la procedura. Delego all’altro in quanto lui è l’esperto e mi comporto da consumatore di una prestazione che posso giudicare. Se funziona o no dipende esclusivamente dall’altro.

In una relazione di aiuto invece non voglio essere trattato, né bene né male, perché semplicemente mi trovo in una relazione con un altro individuo. Ogni persona è unica e merita di essere considerata come tale. Siamo interlocutori in un processo bi-laterale.

L’incontro fra due persone è un incontro tra soggetto e soggetto, richiede il massimo rispetto per la diversità dell’altro e in esso l’uno non ha voce in capitolo nella vita dell’altro. 

L’incontro tra uno psicoterapeuta e il suo cliente è una co-costruzione tra due realtà diverse che necessita da parte del terapeuta di una “sospensione del giudizio”, cioè della pratica dell’epoché, che consiste nel mettere temporaneamente tra parentesi i propri giudizi e pregiudizi sulla realtà, che noi stessi diamo per ovvi, e sostituirli con un «momentaneo estraneamento dal mondo». Questo ci permette di “aprirci” alla visione della realtà di chi ci sta di fronte, senza inquinarla con la nostra. Per me questo è importante per una vera comprensione dell’altro.

Lascia un commento